14 Luglio 2026
Direttiva CSRD, CSDDD, ESG: effetti su PMI e supply chain per le imprese europee

Direttiva CSRD, CSDDD, ESG: effetti su PMI e supply chain per le imprese europee

Negli ultimi anni la sostenibilità è diventata un fattore sempre più importante per la competitività delle imprese europee, comprese le PMI coinvolte nelle catene di fornitura. Per favorire una maggiore trasparenza sugli impatti ambientali, sociali e di governance, l’Unione Europea ha introdotto le direttive CSRD e CSDDD, ridefinendo gli obblighi di rendicontazione e due diligence per le aziende e le loro filiere. 

Sostenibilità d’impresa e CSDDD e CSRD: di cosa si tratta?

La sostenibilità d’impresa può essere definita come la capacità di un’organizzazione di creare valore economico nel lungo periodo integrando, all’interno delle proprie strategie e dei processi decisionali, aspetti ambientali, sociali e di governance (ESG).

Non si tratta quindi esclusivamente di ridurre l’impatto ambientale delle attività produttive, ma di adottare un modello di sviluppo in grado di generare benefici per tutti gli stakeholder: lavoratori, clienti, fornitori, investitori, comunità locali e ambiente.

Secondo le indicazioni fornite dal sistema camerale italiano, un’impresa sostenibile è un’organizzazione che considera gli effetti delle proprie decisioni sull’ecosistema, sulle persone e sul territorio, adottando pratiche orientate all’uso efficiente delle risorse, alla riduzione degli sprechi, all’innovazione e alla creazione di valore condiviso. La sostenibilità, pertanto, non rappresenta un costo aggiuntivo ma un fattore di resilienza e competitività, sempre più rilevante anche nell’accesso ai finanziamenti e nei rapporti commerciali.

All’interno di questo quadro normativo si inseriscono due direttive europee particolarmente importanti: la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) e la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD, spesso indicata anche come CS3D).

La CSRD è la direttiva europea che disciplina la rendicontazione di sostenibilità delle imprese. Il suo obiettivo è migliorare la qualità, la comparabilità e l’affidabilità delle informazioni ESG comunicate al mercato. Attraverso la CSRD, le aziende soggette alla normativa devono pubblicare dati dettagliati riguardanti impatti ambientali, diritti umani, politiche sociali, governance aziendale, rischi climatici e strategie di transizione sostenibile. La direttiva introduce inoltre gli European Sustainability Reporting Standards (ESRS), standard comuni che consentono a investitori, istituti finanziari e stakeholder di confrontare le performance di sostenibilità delle diverse imprese.

La CSDDD, invece, si concentra sul concetto di due diligence sostenibile. La direttiva impone alle imprese di identificare, prevenire, mitigare e monitorare i rischi legati a violazioni dei diritti umani e impatti ambientali negativi generati dalle proprie attività e da quelle della catena del valore. In altre parole, non è più sufficiente che un’azienda operi in modo sostenibile al proprio interno: essa deve verificare anche il comportamento dei soggetti con cui collabora, inclusi fornitori e partner commerciali.

Le due normative sono complementari. La CSRD stabilisce cosa deve essere comunicato e rendicontato, mentre la CSDDD definisce quali controlli e processi devono essere adottati per garantire che le informazioni riportate corrispondano a una gestione effettivamente responsabile dei rischi ESG. Insieme, rappresentano il tentativo dell’Unione Europea di integrare la sostenibilità nelle strategie aziendali e nelle relazioni di mercato.


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Quali sono le modifiche portate dal Pacchetto Omnibus I?

Per rispondere alle preoccupazioni espresse da molte imprese europee riguardo all’eccessiva complessità degli adempimenti ESG, la Commissione Europea ha avviato nel 2025 un processo di semplificazione normativa culminato nel cosiddetto Pacchetto Omnibus I. L’obiettivo dichiarato è ridurre gli oneri amministrativi, aumentare la competitività delle imprese europee e limitare gli effetti indiretti delle nuove regole sulle PMI.

Dopo l’approvazione da parte delle istituzioni europee, il pacchetto è entrato in vigore nel marzo 2026 e prevede importanti modifiche sia alla CSRD sia alla CSDDD.

Una delle novità più significative riguarda il perimetro di applicazione della CSRD. La revisione limita l’obbligo di rendicontazione alle imprese di maggiori dimensioni, restringendo notevolmente il numero di soggetti coinvolti. In base alle nuove disposizioni, la rendicontazione di sostenibilità si applicherà principalmente alle imprese con oltre 1.000 dipendenti e specifiche soglie economiche, individuate in livelli elevati di fatturato o totale di bilancio. La Commissione Europea stima che circa l’80% delle aziende inizialmente incluse nella direttiva sarà escluso dall’obbligo di reporting.

Parallelamente è stato introdotto il cosiddetto “value chain cap”, uno strumento destinato a limitare il trasferimento degli obblighi informativi lungo la filiera. In pratica, le grandi imprese soggette alla CSRD non potranno richiedere quantità illimitate di dati ESG ai fornitori più piccoli. Le richieste saranno circoscritte a un set standardizzato di informazioni, riducendo il rischio che le PMI debbano sostenere costi eccessivi per soddisfare le esigenze di rendicontazione dei propri clienti.

Anche la CSDDD è stata profondamente modificata. Uno degli aspetti più rilevanti riguarda la portata della responsabilità lungo la supply chain. La versione originaria della direttiva prevedeva controlli estesi su una porzione molto ampia della catena del valore; la revisione introdotta dal Pacchetto Omnibus I concentra invece l’attenzione principalmente sui partner commerciali diretti, ossia i fornitori di primo livello (Tier 1). Le verifiche sui livelli successivi della catena restano possibili, ma diventano necessarie soprattutto in presenza di rischi concreti o segnali di potenziali violazioni.

Questa impostazione mira a rendere gli obblighi di due diligence più proporzionati e gestibili. Le imprese continueranno a dover monitorare i rischi ESG, ma potranno concentrare le attività di controllo sui rapporti commerciali più immediati, riducendo la complessità operativa e i costi di compliance. Inoltre, le verifiche periodiche lungo la catena di fornitura vengono razionalizzate e rese meno gravose rispetto alle previsioni iniziali.

Per le PMI europee il nuovo quadro normativo presenta un duplice effetto.

Da un lato, molte aziende escono dal campo di applicazione diretto della CSRD e non saranno tenute a redigere un report di sostenibilità conforme agli ESRS. Dall’altro lato, la pressione proveniente dal mercato non scompare. Le grandi imprese continueranno infatti a richiedere informazioni ESG ai propri fornitori per soddisfare gli obblighi di rendicontazione e gestione del rischio, anche se in modo più standardizzato e limitato rispetto al passato. Ciò significa che la sostenibilità continuerà a rappresentare un requisito competitivo per l’accesso alle filiere internazionali.

Le conseguenze risultano particolarmente rilevanti per il settore moda e tessile, caratterizzato da catene di fornitura articolate e da una forte presenza di PMI specializzate. I grandi brand europei e internazionali dovranno comunque dimostrare la sostenibilità dei propri processi produttivi, mantenendo sistemi di raccolta dati e monitoraggio dei fornitori. Tuttavia, grazie alle modifiche introdotte dall’Omnibus I, le richieste documentali verso laboratori, terzisti e produttori di piccole dimensioni dovrebbero risultare più contenute e focalizzate sugli aspetti realmente rilevanti dal punto di vista ESG.

Per le imprese della filiera moda ciò non significa poter ignorare la sostenibilità. Al contrario, certificazioni ambientali, tracciabilità dei materiali, monitoraggio delle emissioni, tutela dei lavoratori e trasparenza della supply chain continueranno a rappresentare fattori decisivi nella selezione dei fornitori. Le aziende che sapranno strutturare processi ESG credibili e documentabili potranno trasformare gli obblighi normativi in un vantaggio competitivo, rafforzando la propria posizione nei confronti dei grandi committenti europei.

Il Pacchetto Omnibus I non elimina gli obiettivi di sostenibilità perseguiti dall’Unione Europea, ma ne modifica l’approccio applicativo.

Nonostante l’alleggerimento normativo, la sostenibilità resta un elemento centrale nelle relazioni commerciali e nelle strategie di crescita delle imprese europee, soprattutto per quelle che operano in filiere internazionali ad alta esposizione ESG.


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